RiEvoluzione Poetica

venerdì 23 giugno 2017

SULLE ALI DELLA LIBERTA'



La storia di Anthony Graves, liberato dopo 18 anni passati nel famigerato braccio della morte di Livingston, in Texas

Marco Cinque 

Nel 1992 Anthony Graves era un uomo felice, nel pieno dei suoi 29 anni, con moglie, tre figli e una vita tranquilla; ma viveva nel Texas, il paese più forcaiolo degli Stati Uniti e la sua pelle purtroppo per lui era nera, come quella di coloro che, percentualmente, finiscono più facilmente in galera e nel braccio della morte.
Il 18 agosto di quell’anno, un giorno che Graves non dimenticherà mai, un agente di polizia penitenziaria, Robert Carter, si macchiò di un’orrenda strage, massacrando ben sei persone: Bobbie Davis, una donna di 45 anni, la figlia sedicenne di lei e quattro bambini, tra cui anche il figlio di appena quattro anni dello stesso Carter.
Si pensò che l’omicida, reo confesso, non avesse compiuto da solo quel crimine, così iniziò il solito gioco al massacro fatto di minacce, ritorsioni e false promesse per riuscire a far sputare fuori almeno un nome. La polizia texana era molto abile in questo gioco e, alla fine, Carter confessò che Anthony Graves sarebbe stato il suo complice.
Di colpo la vita di Graves precipitò in un baratro senza fondo e iniziò a sperimentare sulla sua pelle gli ingranaggi della macchina giudiziaria texana. La pubblica accusa, nella persona di Charles Sabasta, prese talmente a cuore il caso che cercò, inventò e creò quanti più indizi di colpevolezza possibile. Dove prima non c’erano prove, nelle mani di Sabasta queste germogliavano come per incanto, mentre tutto ciò che poteva essere utile alla difesa di Graves fu ignorato, cancellato, spazzato via.
Durante il processo, Yolanda Mathis, una donna che rappresentava l’alibi di ferro per Graves, che poteva tranquillamente scagionarlo testimoniando in suo favore, fu vista da più di una persona fuggire terrorizzata e in lacrime dal tribunale, subito dopo che la pubblica accusa si era appartata con lei per minacciarla di coinvolgerla come parte attiva nel crimine compiuto da Carter. Da quel giorno la donna non mise più piede nel tribunale ed Anthony Graves restò solo, invischiato nella tela tessuta da Sabasta e a cui si prestarono volentieri svariati agenti di polizia, che giurarono e spergiurarono ad uso e consumo dell’accusa.
Non ci fu niente da fare, la sentenza del 1994 era già scritta e la parola pronunciata all’unisono dalla giuria fu: «colpevole!». Per Graves si spalancarono le porte dell’inferno, fu strappato via alla sua famiglia e scaraventato in un luogo dove si muore un’infinità di volte prima di morire realmente, nella Polunsky Unit di Livingston, il famigerato braccio della morte texano.
Anche il peggior criminale però, quando si rende conto di non aver più nulla da perdere, inizia a fare i conti con la propria coscienza. Carter infatti ritrattò, facendo una dichiarazione giurata in cui scagionava completamente Graves. Persino sul lettino di morte, con l’ago già infilato nel braccio, Carter ribadì l’innocenza di Graves ed esalò l’ultimo respiro, il 31 maggio del ‘2000.
Anthony Graves ha visto la morte passargli accanto, ha sentito il suo fiato velenoso appestare i lunghi anni passati dentro, ha iniziato il conto alla rovescia della sua non-vita. Poi, come d’incanto, qualcosa di colpo cambiò. Qualcosa d’imprevedibile e impensabile si materializzò nella professoressa Nicole Casarez, dell’Università St. Thomas e nei suoi studenti di giornalismo. Presero a cuore il suo caso e studiarono a fondo gli atti processuali, assieme ad ogni altra possibile informazione, arrivando ad una convinzione: «Abbiamo letto ogni pagina inerente al caso» affermò la studentessa Meghan Foley «e nessuna pone Graves sulla scena del delitto. Non ci sono prove fisiche a carico di Anthony. Nessuno lo vide lì».
Il lavoro svolto da Nicole e dai suoi studenti fu prezioso e concreto, non mollarono fino a quando, nel 2006, la Corte Federale d’Appello del Quinto Circuito annullò il processo a causa delle gravi irregolarità e degli spergiuri commessi dall’accusatore Charles Sabasta e dalla sua cricca.
Non contento, Sabasta offrì una condanna all’ergastolo a Graves in cambio di una sua ammissione di colpevolezza. «Come avrei potuto accettare una condanna a vita sapendo che ero innocente?» dichiarò Graves «Non potevo tradire la mia famiglia presentandomi al giudice per dichiararmi colpevole di qualcosa che non ho fatto. Occorre pur battersi per qualche ideale in questo mondo».
Lo Stato del Texas, nonostante la sentenza di annullamento del processo, è riuscito a tenere Graves in prigione per altri quattro anni, finché Kelly Siegler, nuova esponente della pubblica accusa non rivelò: «Charles Sebasta ha condotto questo caso in un modo che si può ben definire un incubo del sistema di giustizia criminale. Ciò che avvenne nel processo di Anthony Graves, fu una parodia».
Il 27 ottobre 2013 Anthony Graves si è finalmente aggiunto alla schiera dei 138 ex condannati a morte riconosciuti innocenti e liberati, da quando nel 1976 gli Stati Uniti hanno ripristinato la pena di morte.
Appena Graves è stato liberato, il governatore texano Rick Perry ha dichiarato che questa vicenda «rappresenta un ottimo esempio di come il sistema funziona». Ma la realtà ci dice l’esatto contrario, e cioè che Graves si è salvato per il rotto della cuffia solo grazie all’aiuto ricevuto da persone che nulla avevano a che fare con le istituzioni governative e giudiziarie.
In Italia la storia di Graves è praticamente sconosciuta, si sono occupati del suo caso soprattutto Bianca Cerri assieme al piccolo e operoso Comitato Paul Rougeau.
Adesso Anthony ha 49 anni e pensa a una nuova vita. Appena libero ha dichiarato: «Devo crearmi un mio futuro, facendo qualcosa di positivo. Questo è ancora un momento surreale per me. Mi sono sforzato di capire cosa sto provando ma non ci sono ancora riuscito. Ho percorso il mio inferno personale per 18 anni e ne sono uscito fuori da un solo giorno. Comunque pensate di descrivere l’inferno, così è il braccio della morte. Non c’è da aggiungere nulla».

venerdì 19 maggio 2017

A SCUOLA DI POESIA



di Marco Cinque

 
Continuo a credere che la poesia bisogna prima seminarla per pensare di poterla vedere germogliare in futuro. E quali luoghi sono più adeguati a questa semina se non le scuole? Quale terreno fertile può accogliere questi semi, se non quello dei quotidiani di tanti alunni e studenti, che invece spesso detestano la poesia, perché distante dai loro linguaggi, dalle loro realtà e ormai anche dai loro sogni?
Eppure mai come oggi ci sarebbe bisogno di poesia, in tempi dove il degrado dell’essere sembra inarrestabile e dove stiamo subendo una mutazione non solo sociale, politica e culturale, ma addirittura antropologica.
Questi segnali sono evidenti nei personalismi, negli egocentrismi, negli individualismi e in tutti gli altri “ismi” che stanno contaminando ogni sfera, ogni ambito delle nostre esistenze. Una contaminazione peraltro facilitata da quell’imponente e onnipresente arsenale di armi di distrazione di massa che svuotano di realtà e riempiono di virtuale i nostri giorni.
Piccole sacche di resistenza sono disperatamente necessarie per arginare questa deriva, una resistenza fatta di contenuti, di verità e di bellezza da veicolare proprio con linguaggi come la poesia, che vive ancora malgrado molti poeti si siano invece già arresi all’oblio sterile di quell’autoreferenzialità che non include, ma esclude. Che non educa, ma addestra.
 Per questo le scuole dovrebbero diventare i luoghi più sacri e ambiti da chi ancora crede che la poesia possa contribuire a determinare un cambiamento o  almeno una difesa di ciò che ancora resta della nostra umanità. E’ qui, in questi luoghi molto impegnativi ma poco remunerativi che i poeti possono imparare molto e crescere assieme alla poesia. E’ qui che possono davvero capire se le loro parole hanno un senso, una ragione, un’eredità utile per le future generazioni.
Negli istituti scolastici, dove ho la fortuna e il privilegio di interagire, ho capito molto più di poesia che non da quegli eminenti depositari che hanno sequestrato questo linguaggio, piegandolo alle ragioni dei loro ombelichi o ai competitivi mercati della vanità.
E così, forse, più che le mie, sono utili le parole e le ragioni (che mi hanno commosso e inorgoglito) spiegate dagli stessi alunni, dopo una di queste esperienze condivise:

“Il 18 Febbraio 2016 lo scrittore e musicista Marco Cinque è venuto a trovarci nella nostra scuola per un incontro con le classi I, II, e III L del tempo prolungato. Questo incontro fa parte del progetto “Leggere danneggia seriamente la tua ignoranza”, a cui le tre classi partecipano in questo anno scolastico in collaborazione con la libreria “Il Pellicano”.
Per noi è stata un’occasione entusiasmante, completamente diversa dalle nostre solite lezioni scolastiche perché abbiamo avuto la possibilità di incontrare uno scrittore e musicista, ma soprattutto un uomo appassionato del suo lavoro. Marco ci ha spiegato come i diversi linguaggi (le parole e la musica) possono fondersi insieme creando qualcosa di armonico e straordinario e ce lo ha dimostrato recitando una sua breve poesia. Inizialmente senza usare l’intonazione e senza rispettare le pause, poi invece è riuscito a drammatizzarla variando il tono della sua voce e accompagnandola con il suono della sua musica. Quando Marco Cinque ha preso in mano i suoi particolari strumenti come la Sansula, il bastone della pioggia, lo scacciapensieri etc., siamo rimasti letteralmente senza parole e abbiamo ascoltato in profondo silenzio l’armonia di quei suoni che riproducevano melodie naturali, lasciandoci immaginare luoghi lontani. Siamo stati coinvolti nella scrittura di un testo poetico partendo da ciò che ci veniva in mente alla parola “Mi piace” e ”Non mi piace”, poi Marco ha scelto alcuni di noi che hanno recitato ad alta voce i versi composti mentre altri ragazzi suonavano i suoi strumenti.
Abbiamo sperimentato veramente cosa significa realizzare un piccolo concerto poetico. Nella seconda parte del nostro incontro Marco ci ha raccontato una sua esperienza nel carcere di San Quintino in California, nel reparto del “braccio della morte”. Qui sono detenuti i condannati a morte (circa 700) tra i quali Fernando, un nativo americano condannato a morte con cui Marco ha intrattenuto una corrispondenza epistolare dal 1992 e che è diventato poi suo “fratello adottivo”. Questa è stata un’occasione per parlarci di alcuni temi importanti come quello del razzismo, del non rispetto dei diritti umani e della pena di morte. Noi ragazzi abbiamo partecipato con domande a cui Marco ha ampiamente risposto chiarendo i nostri dubbi e curiosità. È stato molto emozionante quando ci ha mostrato il medaglione con l’immagine di un’aquila, realizzato da Fernando e da lui donato a Marco come simbolo di fratellanza e presenza del suo “spirito” ovunque lui andrà.
Abbiamo anche imparato il saluto della tribù indiana di Fernando che consiste nel battere prima due pugni sul cuore, poi due dita sulla spalla sinistra e infine nel distendere il braccio segnando l’orizzonte, un gesto che può avere un grande significato anche per noi: “Fratelli, insieme, nel mondo”.
Speriamo che questa nostra amicizia appena iniziata con Marco possa continuare nel tempo per farci vivere altre emozioni e per farci conoscere ancora le sue grandi esperienze. Grazie Marco!”.

In verità sono io che non smetterò mai di ringraziare questi ragazzi e ragazze, per saper accogliere la poesia e restituirla come un dono, in un viaggio splendido da riempire di testimonianze, rivendicazioni, paure e sogni che abitano le strade del nostro tempo. Strade affollate dove ciascuno è altrove, ma dove la poesia aiuta a coniugare il vero nucleo del verbo vivere, così necessario per non restare soli.

lunedì 23 gennaio 2017

Una volta era sinistra




Marco Cinque
Una volta, quando eravamo di sinistra, quando ci dicevamo comunisti, quando ci chiamavamo compagni, quando ci consideravamo anticonformisti e via dicendo, negli anni ‘70 e ’80 insomma, non ricordo che stavamo lì a badare se il nostro voto andasse a un partitino minuscolo o ad un movimento politico senza speranza.
Anzi, ricordo che pure allora, quando ad esempio nel mio quartiere, San Basilio, si seppe che la mia famiglia votava compatta per Democrazia Proletaria, ci fu una sollevazione dell’area PCI che ci accusava, spesso pesantemente, di togliere voti alla sinistra, di sprecarli, di fare un favore alla destra.
Ma nella cosiddetta “sinistra extraparlamentare” non si accettava il compromesso, nelle elezioni politiche, di votare il meno peggio, di scegliere tra l’incudine e il martello, quelli che probabilmente avrebbero vinto e governato.
Attualmente mi pare ci sia lo stesso problema. Ma noi, sognatori come eravamo, tenevamo duro e pensavamo che la sinistra che fa il miglior lavoro è quella che non si sporca le mani col potere. Ed è stato così. E’ stato esattamente così: solo con la sinistra all’opposizione si è raggiunto un livello decente di conquiste sociali, politiche, culturali e civili.
Oggi la sinistra non esiste più, o meglio, quella che dovrebbe essere la sinistra istituzionale e governativa è solo un’etichetta per definire, in buona sostanza, una destra capitalistica un po’ diversa dalla destra populista o xenofoba. Ma è una sinistra sostanzialmente molto più simile alla vecchia DC che al PCI. E questo si può riscontrare perfino nell’evoluzione (o involuzione) del nome: DS.
Sono cambiati i tempi e sono cambiati i nomi, ma in fondo le persone di questo paese sono le stesse, semmai un bel po’ peggiorate e ingrigite, anche perché sono peggiorate e ingrigite le relazioni umane.
Non è una questione politica, alla quale sarebbe più facile trovare soluzioni e dare risposte, ma una questione culturale: ci stiamo trasformando da “animali sociali” in “animali individuali” e questo, oltre che andar contro la nostra stessa natura, determina anche lo stato attuale dell’arte.
Adesso noi, tutti quei sognatori che eravamo e che siamo rimasti, sappiamo benissimo che non si può dare una risposta politica a un problema culturale.
Questo è il tempo della semina. Il tempo di rimettersi in gioco nel proprio piccolo. Il tempo di non demandare a qualcuno che già sappiamo non potrà risolvere i nostri problemi. Il tempo di riaprire le porte anziché chiuderle. Il tempo di ricordarsi che siamo, appunto, “animali sociali”. Il tempo di tornare ad essere umani, anche se il tempo, forse, si è stancato di darci altro tempo.