RiEvoluzione Poetica

venerdì 19 maggio 2017

A SCUOLA DI POESIA



di Marco Cinque

 
Continuo a credere che la poesia bisogna prima seminarla per pensare di poterla vedere germogliare in futuro. E quali luoghi sono più adeguati a questa semina se non le scuole? Quale terreno fertile può accogliere questi semi, se non quello dei quotidiani di tanti alunni e studenti, che invece spesso detestano la poesia, perché distante dai loro linguaggi, dalle loro realtà e ormai anche dai loro sogni?
Eppure mai come oggi ci sarebbe bisogno di poesia, in tempi dove il degrado dell’essere sembra inarrestabile e dove stiamo subendo una mutazione non solo sociale, politica e culturale, ma addirittura antropologica.
Questi segnali sono evidenti nei personalismi, negli egocentrismi, negli individualismi e in tutti gli altri “ismi” che stanno contaminando ogni sfera, ogni ambito delle nostre esistenze. Una contaminazione peraltro facilitata da quell’imponente e onnipresente arsenale di armi di distrazione di massa che svuotano di realtà e riempiono di virtuale i nostri giorni.
Piccole sacche di resistenza sono disperatamente necessarie per arginare questa deriva, una resistenza fatta di contenuti, di verità e di bellezza da veicolare proprio con linguaggi come la poesia, che vive ancora malgrado molti poeti si siano invece già arresi all’oblio sterile di quell’autoreferenzialità che non include, ma esclude. Che non educa, ma addestra.
 Per questo le scuole dovrebbero diventare i luoghi più sacri e ambiti da chi ancora crede che la poesia possa contribuire a determinare un cambiamento o  almeno una difesa di ciò che ancora resta della nostra umanità. E’ qui, in questi luoghi molto impegnativi ma poco remunerativi che i poeti possono imparare molto e crescere assieme alla poesia. E’ qui che possono davvero capire se le loro parole hanno un senso, una ragione, un’eredità utile per le future generazioni.
Negli istituti scolastici, dove ho la fortuna e il privilegio di interagire, ho capito molto più di poesia che non da quegli eminenti depositari che hanno sequestrato questo linguaggio, piegandolo alle ragioni dei loro ombelichi o ai competitivi mercati della vanità.
E così, forse, più che le mie, sono utili le parole e le ragioni (che mi hanno commosso e inorgoglito) spiegate dagli stessi alunni, dopo una di queste esperienze condivise:

“Il 18 Febbraio 2016 lo scrittore e musicista Marco Cinque è venuto a trovarci nella nostra scuola per un incontro con le classi I, II, e III L del tempo prolungato. Questo incontro fa parte del progetto “Leggere danneggia seriamente la tua ignoranza”, a cui le tre classi partecipano in questo anno scolastico in collaborazione con la libreria “Il Pellicano”.
Per noi è stata un’occasione entusiasmante, completamente diversa dalle nostre solite lezioni scolastiche perché abbiamo avuto la possibilità di incontrare uno scrittore e musicista, ma soprattutto un uomo appassionato del suo lavoro. Marco ci ha spiegato come i diversi linguaggi (le parole e la musica) possono fondersi insieme creando qualcosa di armonico e straordinario e ce lo ha dimostrato recitando una sua breve poesia. Inizialmente senza usare l’intonazione e senza rispettare le pause, poi invece è riuscito a drammatizzarla variando il tono della sua voce e accompagnandola con il suono della sua musica. Quando Marco Cinque ha preso in mano i suoi particolari strumenti come la Sansula, il bastone della pioggia, lo scacciapensieri etc., siamo rimasti letteralmente senza parole e abbiamo ascoltato in profondo silenzio l’armonia di quei suoni che riproducevano melodie naturali, lasciandoci immaginare luoghi lontani. Siamo stati coinvolti nella scrittura di un testo poetico partendo da ciò che ci veniva in mente alla parola “Mi piace” e ”Non mi piace”, poi Marco ha scelto alcuni di noi che hanno recitato ad alta voce i versi composti mentre altri ragazzi suonavano i suoi strumenti.
Abbiamo sperimentato veramente cosa significa realizzare un piccolo concerto poetico. Nella seconda parte del nostro incontro Marco ci ha raccontato una sua esperienza nel carcere di San Quintino in California, nel reparto del “braccio della morte”. Qui sono detenuti i condannati a morte (circa 700) tra i quali Fernando, un nativo americano condannato a morte con cui Marco ha intrattenuto una corrispondenza epistolare dal 1992 e che è diventato poi suo “fratello adottivo”. Questa è stata un’occasione per parlarci di alcuni temi importanti come quello del razzismo, del non rispetto dei diritti umani e della pena di morte. Noi ragazzi abbiamo partecipato con domande a cui Marco ha ampiamente risposto chiarendo i nostri dubbi e curiosità. È stato molto emozionante quando ci ha mostrato il medaglione con l’immagine di un’aquila, realizzato da Fernando e da lui donato a Marco come simbolo di fratellanza e presenza del suo “spirito” ovunque lui andrà.
Abbiamo anche imparato il saluto della tribù indiana di Fernando che consiste nel battere prima due pugni sul cuore, poi due dita sulla spalla sinistra e infine nel distendere il braccio segnando l’orizzonte, un gesto che può avere un grande significato anche per noi: “Fratelli, insieme, nel mondo”.
Speriamo che questa nostra amicizia appena iniziata con Marco possa continuare nel tempo per farci vivere altre emozioni e per farci conoscere ancora le sue grandi esperienze. Grazie Marco!”.

In verità sono io che non smetterò mai di ringraziare questi ragazzi e ragazze, per saper accogliere la poesia e restituirla come un dono, in un viaggio splendido da riempire di testimonianze, rivendicazioni, paure e sogni che abitano le strade del nostro tempo. Strade affollate dove ciascuno è altrove, ma dove la poesia aiuta a coniugare il vero nucleo del verbo vivere, così necessario per non restare soli.

lunedì 23 gennaio 2017

Una volta era sinistra




Marco Cinque
Una volta, quando eravamo di sinistra, quando ci dicevamo comunisti, quando ci chiamavamo compagni, quando ci consideravamo anticonformisti e via dicendo, negli anni ‘70 e ’80 insomma, non ricordo che stavamo lì a badare se il nostro voto andasse a un partitino minuscolo o ad un movimento politico senza speranza.
Anzi, ricordo che pure allora, quando ad esempio nel mio quartiere, San Basilio, si seppe che la mia famiglia votava compatta per Democrazia Proletaria, ci fu una sollevazione dell’area PCI che ci accusava, spesso pesantemente, di togliere voti alla sinistra, di sprecarli, di fare un favore alla destra.
Ma nella cosiddetta “sinistra extraparlamentare” non si accettava il compromesso, nelle elezioni politiche, di votare il meno peggio, di scegliere tra l’incudine e il martello, quelli che probabilmente avrebbero vinto e governato.
Attualmente mi pare ci sia lo stesso problema. Ma noi, sognatori come eravamo, tenevamo duro e pensavamo che la sinistra che fa il miglior lavoro è quella che non si sporca le mani col potere. Ed è stato così. E’ stato esattamente così: solo con la sinistra all’opposizione si è raggiunto un livello decente di conquiste sociali, politiche, culturali e civili.
Oggi la sinistra non esiste più, o meglio, quella che dovrebbe essere la sinistra istituzionale e governativa è solo un’etichetta per definire, in buona sostanza, una destra capitalistica un po’ diversa dalla destra populista o xenofoba. Ma è una sinistra sostanzialmente molto più simile alla vecchia DC che al PCI. E questo si può riscontrare perfino nell’evoluzione (o involuzione) del nome: DS.
Sono cambiati i tempi e sono cambiati i nomi, ma in fondo le persone di questo paese sono le stesse, semmai un bel po’ peggiorate e ingrigite, anche perché sono peggiorate e ingrigite le relazioni umane.
Non è una questione politica, alla quale sarebbe più facile trovare soluzioni e dare risposte, ma una questione culturale: ci stiamo trasformando da “animali sociali” in “animali individuali” e questo, oltre che andar contro la nostra stessa natura, determina anche lo stato attuale dell’arte.
Adesso noi, tutti quei sognatori che eravamo e che siamo rimasti, sappiamo benissimo che non si può dare una risposta politica a un problema culturale.
Questo è il tempo della semina. Il tempo di rimettersi in gioco nel proprio piccolo. Il tempo di non demandare a qualcuno che già sappiamo non potrà risolvere i nostri problemi. Il tempo di riaprire le porte anziché chiuderle. Il tempo di ricordarsi che siamo, appunto, “animali sociali”. Il tempo di tornare ad essere umani, anche se il tempo, forse, si è stancato di darci altro tempo.