RiEvoluzione Poetica

sabato 10 settembre 2016

IL NOME DELL'ASSASSINO

di Marco Cinque

Non l'ho mai chiesto. Non l'ho mai scelto. Non l'ho mai voluto o deciso. Sono nato, mio malgrado, in un posto squallido, miserabile. Cresciuto tra povertà e violenza. I casermoni scrostati dove vivo sembrano vomitarmi di disgusto ogni volta che esco sulla strada. Tutto concorre a farmi tirar fuori il peggio di me. Ogni istante che passa è un sollievo che sia passato. Ogni istante in arrivo mi procura il terrore che non passi, che mi lasci marcire in questa lurida latrina che chiamano “quartiere”. Dicono sia un quartiere difficile, ma in una città magnifica, piena di ricchezza e opportunità. Non lo so, per quel che mi riguarda non riesco ad avere un briciolo né dell'una né dell'altra.

Ora sono qui, davanti a un bivio che sta per determinare per sempre la direzione della mia vita. Come posso rifiutarmi di stare nella banda di furfanti che spadroneggia il territorio? Non ho la forza e il coraggio per dire no. Non voglio essere ridotto a un colabrodo, né che facciano ritorsioni sulla mia famiglia. Così, a malincuore, per paura o per vigliaccheria, ho detto sì. Adesso però dovrò mostrare di essere degno di stare tra questi cani rabbiosi. Dovrò partecipare a una rapina, proprio nel negozio dove l'altro giorno sono stato licenziato, senza un valido motivo, dopo essere stato a lungo maltrattato dal proprietario.

Non l'ho mai fatto, tremo al pensiero, una pistola carica in mano, ma devo essere duro. Devo farcela per dimostrare il coraggio che non ho. Devo farcela per sopravvivere in questa palude di umanità perduta. Devo farcela per dare un senso alla mia vita, anche se so che è quello sbagliato. Entro nel negozio, quella gente mi guarda, la pistola che ho in mano dovrebbe darmi sicurezza e invece mi fa sentire ancora più fragile di quello che sono. Qualcuno urla. Non capisco più niente. Mi ritrovo a sparare come un pazzo. Vedo corpi e sangue dappertutto. “Che cazzo fai?”, grida uno della banda. E mi abbandonano lì. Fuggono via minacciandomi: “tieni la bocca chiusa, verme!”.

Non so dove andare, dove rifugiarmi. Torno a casa, l'unico posto che credo amico. Confido tutto. Mi cacciano via anche loro, come fossi un appestato: “Sei uno stronzo! Non vogliamo più vederti!”. Vago per la città, senza sapere cosa mi aspetta. Sono braccato. Una preda così facile. Alla fine mi prendono, mi pestano, mi impacchettano come un animale in una cella buia, in attesa di essere finito.

Poi inizia il circo sadico del processo. Mi sento chiamare in mille modi. Posso percepire sulla pelle il disprezzo di quegli sguardi. Sono costretto a stare lì, in silenzio. Sono costretto a guardare ogni lacrima che i parenti delle vittime stanno versando. Ed io non posso nemmeno permettermi di piangere, perché sono io la bestia, sono io il mostro, sono io l'assassino. Così ogni loro lacrima che scende mi ferisce come un colpo di coltello, ma non posso farci nulla, non posso sottrarmi alla ferocia di questo martirio. Anzi, mi sono convinto che lo merito!

Passano i giorni. Sono prigioniero nel tritacarne di questa gogna. I titoli dei giornali sono uno schiaffo in piena faccia. Devo aspettare una sentenza come fosse una liberazione, per quanto nefasta possa essere. Alla fine arriva: pena di morte!
Ogni volta che mi addormento nella minuscola cella di cemento e acciaio dove sono rinchiuso, sogno il volto del boia, ma non riesco a vederne i contorni, a metterne a fuoco i connotati. Quel volto è vuoto come è ormai vuota la tomba di carne del mio corpo, che appassisce giorno dopo giorno.

Sono nel vortice assurdo del conto alla rovescia. Una goccia di veleno dopo l'altra, fino alla data della sentenza. Poi la sospensione. Poi inizia un altro conto alla rovescia. Poi un'altra sospensione per torturare, fare a brandelli, straziare ciò che resta della mia anima. Se avessi il coraggio non aspetterei. La farei finita, come tanti qui. Ma quel coraggio mi manca, non riesco nemmeno a immaginare di provarci. Ogni mia cellula trema se solo oso dire a me stesso: “Basta, saluta tutti e vattene!”.
Ma Cristo santo! Per una volta almeno dovrei far vedere che della mia vita posso ancora decidere qualcosa. Anche se questo qualcosa si chiama suicidio. Anche se questo qualcosa si chiama morte. Ma non ce la faccio. Sono stato sconfitto dal giorno in cui sono nato. É il maledetto istante in cui ho emesso il primo vagito che è stata emessa la sentenza!

E allora devo arrendermi all'abisso di un tempo senza più tempo, al nulla irrimediabile che abita la mia non-vita. Devo continuare a sognare il viso del boia finché non arriverà davvero, per mostrarmi il suo ghigno finale. Sarò lì, sdraiato sul lettino, come un cadavere che ancora respira. Sarò lì, davanti al vetro che mi separa dalle lacrime delle vittime che sono venute ad assistere all'esecuzione. Non servirà a niente e a nessuno chiedere scusa, ma la mia uccisione, purtroppo, non servirà nemmeno a riportare sollievo a chi ha perduto i propri cari. Non potrà riempire i giorni coi sorrisi di chi è stato strappato via dai suoi giorni, diventando una fotografia ingiallita su una lastra di marmo. Quella tomba l'ho scolpita con le mie mani, nel momento esatto in cui ho premuto il grilletto.

Ma io nemmeno questo avrò. Nemmeno una fotografia su una miserabile tomba. Sarò soltanto un numero, come in fondo sono sempre stato. Un numero assieme a un altro numero: la data dell'istante in cui smetterò di respirare. Così la mia lapide sarà accompagnata da due numeri, dove giacerà l'oblio di tutta la mia esistenza. Due numeri per cui nessuno verrà mai a piangermi o a ricordarmi. E' così che la mia vita è finita oppure, se preferite, non è mai iniziata.

Però la vita fa proprio brutti scherzi, perché forse questo era solo un sogno schifoso o il frutto bacato della mia perfida immaginazione. Così sono di nuovo qui, daccapo, tornato senza capire come, sullo stesso bivio precedente che sta per determinare per sempre la direzione della mia esistenza.
Dunque, ricominciamo.

Maledizione! Ci sono ancora quegli stronzi della banda a tormentarmi. C'è sempre il lavoro che ho perduto. C'è pure la mia famiglia senza nessunissima risorsa, che non so più come aiutare. E c'è, immancabile, questa merda di quartiere, i suoi muri squallidi che odio, i suoi cumuli d'immondizia, il suo tanfo che mi umilia fino all'esasperazione. Ah, quel tizio, coso là, lo psichiatra insomma, lui mi ha detto che posso essere ciò che voglio anche in questo letamaio. Se ci metto impegno e immaginazione posso risorgere dal senso di ineluttabilità che ha firmato la mia antica sconfitta. Devo solo crederci.

Crederci? E' una parola, ma siccome non costa nulla ci provo. Cerco di immaginare qualcosa di diverso da quella banda di bifolchi, da quell'idiota arrogante che mi ha licenziato, dal nulla assoluto di altre possibili alternative. Cosa potrei mai fare? Non posso trastullarmi ancora, devo decidere. E allora ecco, come un'illuminazione, come un'annunciazione divina, come una visione salvifica, mi si mostra la strada da percorrere. L'unica, la più giusta, la più possibile per salvare me stesso e per riuscire a sostenere la mia famiglia e le persone che amo.

Sullo schermo della TV esposta in una vetrina, scorrono le immagini di epici marines mentre scendono da un elicottero. Cavolo! Perché non ci ho pensato prima? Posso arruolarmi nell'esercito. Posso indossare una divisa. Avere uno straccio di stipendio con cui sostenere la famiglia. E forse sarei ammirato, sarei perfino amato se decidessi di difendere la mia patria, la mia bandiera, anche se patria e bandiera non hanno mai fatto nulla di concreto per difendere me dalla miseria. E allora la strada è decisa. Si parte.

C'è quel cazzone di sergente che mi urla nelle orecchie come un ossesso. Mi dice che devo essere arrabbiato, che devo essere cattivo, che devo essere spietato e che devo obbedire anche agli ordini più disgustosi. Tra me e me penso: “ma cos'è questo, l'esercito o la banda di criminali che ho lasciato a spadroneggiare nel mio quartiere?”.
Dicono che la formazione del soldato sia una cosa difficile, ma che serve a plasmarti, per il tuo bene e per il bene di quelli che andrai a difendere.

Non ho più la ridicola pistola che usai durante la rapina. Qui sei fornito di un intero arsenale: fucili d'assalto, mitragliatori, bombe, missili. C'è da conquistare il mondo e portarci la nostra democrazia. Dopo però ci sarà anche da difenderla. Insomma, c'è un sacco da fare e il fatto di avere a disposizione tutto questo arsenale ti facilita il lavoro. Almeno quella dovrebbe essere l'idea: se i “cattivi” ti vedono così agguerrito e armato se la fanno sotto, ma poi ti rispettano e tornano a fare i bravi. Allora va bene così. Mandiamo giù anche queste ennesime schifezze se poi torneranno utili.

Finito l'addestramento, arriva il giorno in cui un soldato deve fare il suo lavoro, così si parte per il teatro bellico: Vietnam, Iraq, Afghanistan, che differenza fa? Tanto non ho studiato né storia né geografia. Non so nemmeno dove sono questi paesi e in quale buco di culo del mondo si trovino. Io vado a fare il mio lavoro. Devo solo togliere la merda che hanno sparso in quei letamai e poi ripulire tutto.

In che schifo di posto sono precipitato? Dov'è il nemico? Dove l'esercito con le divise da nazista che dobbiamo annientare? Non vedo nessuno. L'orizzonte è vuoto e ci sono tutte queste macerie. E questi pezzi di chissà cosa sparsi nella polvere a chi appartengono? Questo sangue raggrumato tra i buchi di proiettile, in quali vene avrà smesso di scorrere? Siamo qui, incazzati e arrapati dall'euforia, aspettando qualcuno che arrivi all'orizzonte e che ci urli: “hey, siamo qui, siamo i cattivi che cercate”. Invece niente.

Per la miseria, se non si fanno vivi li andiamo a stanare noi quei vigliacchi cagasotto.
Così iniziamo a sparare su tutto quello che si muove, persino alle ombre. Ogni cosa in piedi la buttiamo giù: persone, animali, statue, alberi, tutto. Gli ordini sono ordini. Poi, da lontano è anche più facile, non ti trema la mano. Mica hai una persona che ti guarda negli occhi mentre tu stai lì tremante con la tua pistola. Perché se ammazzi qualcuno fanno la festa a te, te la fanno pagare. Qui no, qui sei un Dio. Hai una divisa che rappresenta coloro che sono nel giusto, siamo gli sceriffi del pianeta, mica cavoli.
 

I fuochi artificiali delle nostre bocche da fuoco si spengono. Il fumo si dirada lentamente. La realtà inizia a mostrarsi senza veli, senza maschere che la distorcono o la confondono. E allora vedi chi era il nemico. Vedi i pezzi di bambino vicini ai pezzi delle loro madri. Vedi i corpi spolpati di ragazzini che cercavano solo di nascondersi da quell'inferno di fuoco. Vedi le viscere di persone mescolate ai brandelli dei loro animali. Vedi i resti quasi irriconoscibili di qualcosa che somiglia a un gatto che ancora si lamenta, ma non hai nemmeno il fegato di sparargli un colpo per farlo smettere di soffrire. Vedi le teste scoperchiate e fatichi a immaginare che potessero contenere anche dei sogni. Vedi il colore infuocato del tuo urlo che non sa uscire dalla tua gola. Vedi un incubo da cui non potrai più svegliarti, che resterà a tormentarti in tutte le notti e tutti i giorni della tua vita, che tu dorma o sia sveglio.

Questo è solo l'inizio. Quello che chiamano “rito di iniziazione”. Adesso puoi fare tutto, perché questa è la guerra. Qui ci muoiono soprattutto civili innocenti, sono gli effetti collaterali di ogni nostra missione. E' il prezzo per la libertà, il tributo per la democrazia. Confessiamo i peccati al prete e tutto verrà lavato via.

In questi momenti capisco di essere diventato ancora una volta un assassino. Capisco che il sangue della gente del negozio che avevo rapinato e il sangue dei civili che ho sterminato ha lo stesso identico colore. Capisco che nel primo caso uccidere faceva di me un criminale da condannare a morte e disprezzare, ma capisco pure che in questo caso invece uccidere con una divisa fa di me un eroe, un salvatore. Questa è la mia immagine davanti alla nazione. Ma l'immagine davanti alla mia coscienza, potete minimamente immaginare come sia?

Però, ci risiamo, la vita fa proprio brutti scherzi, perché forse questo era solo un altro sogno schifoso o un nuovo frutto bacato della mia perfida immaginazione. Così sono di nuovo qui, daccapo, tornato senza capire come, sullo stesso bivio delle due volte precedenti che sta per determinare per sempre la direzione della mia esistenza.

Mi avete preso per un deficiente? Cosa dovrei diventare adesso, un serial killer? Un terrorista? Non inventatevi altre cazzate, perché so già che alla fine, qualunque cosa faccia, qualunque percorso intraprenda, mi ritroverò sempre e comunque sconfitto. Colpevole. Mille volte colpevole. Ma di chi è la colpa di tutto questo? E' solo mia? Non c'è nessuno dietro alla mia storia, uguale a milioni di altre storie di sconfitti, che sta decidendo per me, per noi, cosa dobbiamo essere, cosa dobbiamo diventare?
Io vivo in questa latrina e diventerò inevitabilmente merda. Ma chi ha costruito la latrina? Chi ha deciso che qualcuno deve abitarci, che qualcuno deve viverci? Chi è, davvero, il colpevole?

E allora scrivetela voi la strada, se solo sapete dove porta.

mercoledì 29 giugno 2016

IL PUNTO DI VISTA DEL BOIA




di Marco Cinque

Nella storia delle esecuzioni capitali la figura del boia è stata sempre malvista: un sanguinario privo di sentimenti che uccide a sangue freddo, un bieco maniaco che fa il suo sporco lavoro senza batter ciglio e in nome di una società che si auto-considera ben più civile di lui. Si usa dare del boia a qualcuno solo in segno di assoluto disprezzo.  Insomma, appellare una persona col sinonimo di “boia” equivale ad una spregevole offesa. Eppure gran parte delle persone che disprezzano disgustate i carnefici di stato, sono sovente le stesse che si dichiarano favorevoli alla pena di morte. Ma sporcarsi le mani di delitti legalizzati non è altrettanto grave che consentirli e, talvolta, plaudirli? E’ quantomeno singolare considerare morale l’omicidio legale e immorale chi lo esegue.
Charles Duff, nel suo grottesco e a tratti esilarante “Manuale del boia”, affermava che un boia degno di portare questo nome deve possedere dei requisiti superiori alla norma: avere una vasta cultura generale, essere umanamente sensibile, coltivare con serietà la propria evoluzione professionale, avere buone capacità dialettiche e altre amenità. Neanche un’eventuale fede religiosa deve, secondo Duff, mettere in dubbio l’onestà spirituale del buon dispensatore di morte. Così un boia può essere anche un cristiano praticante o un fervente di qualsiasi altra religione, coniugando fede e professione in un connubio dalle stridenti dissonanze. Infine, Duff arriva a paragonare il supremo supplizio al “più grande spettacolo del mondo”, e non sembra che abbia tutti i torti, vista l’imponente voglia di forca che ha attraversato, arrivando fino ai giorni nostri, la storia dell’umanità.
Nella Roma papale dei secoli XV-XIX, sia governanti che governati erano accomunati da una scarsa considerazione per la vita altrui e il boia ricopriva una figura rilevante nei costumi sociali di quell’epoca. Per i condannati non esisteva né comprensione né pietà, ma anche allora le sentenze capitali venivano condizionate, esattamente come oggi, dalla discriminazione razziale, economica e sociale. Su zingari, ebrei, omosessuali, schiavi moreschi, ecc., pesava invariabilmente la condizione di “diversi” e le già probabili sentenze di condanna venivano ulteriormente aggravate.
I luoghi più consueti per i patiboli capitolini erano Piazza Navona, Campo de’ Fiori, Piazza del Campidoglio, Ponte Sant’Angelo, ma non ci fu piazza, slargo o altro luogo della città che rimase immune dal trasformarsi in teatro di morte, con tanto di pubblico acclamante. L’opera dei boia romani influenzò anche la toponomastica cittadina, tanto che persino la chiesa di San Nicola degli Incoronati venne denominata “de furca”.
I metodi di esecuzione capitale più diffusi erano l’impiccagione e la decapitazione, ma non era infrequente l’utilizzo di sistemi ancor più crudeli e cruenti. Nel ventennio che intercorse tra il regno di Sisto V e quello di Clemente VIII ci furono 5000 giustiziati, per una media di 250 esecuzioni annue; ma, a quell’epoca, l’alto numero di esecuzioni capitali non era solo un’esclusiva di Roma. Anche a Parigi venivano consegnate nelle mani del boia non meno di 60 persone l’anno. Le esecuzioni sui patiboli romani erano diventate talmente consuete e “naturali” che nel XVII secolo si pensò bene di trasformarle addirittura in uno spettacolo carnevalesco (nel vero senso del termine). Si dice che lo stesso Papa Sisto V presenziasse le esecuzioni facendosi portare spuntini e merende, visto che quegli indegni spettacoli sembravano stimolargli l’appetito. L’ignobile costume popolare di riservare al Carnevale le esecuzioni più clamorose, si protrasse fino al termine del XVIII secolo. 

In rapporto percentuale, calcolando che la Roma di quei tempi contava più o meno 250mila abitanti, ogni anno veniva condannata a morte e consegnata nelle mani del boia almeno una persona per ogni seicento cittadini. Oggi, per fortuna, non esiste un paese al mondo che riesca ad avvicinare, anche lontanamente, queste stesse proporzioni.
Purtroppo ancora oggi, benché non molti ne siano a conoscenza, il paragrafo 2267 del Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, in palese contraddizione con lo stesso V Comandamento, ammette l’omicidio legale con queste testuali parole: “L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani.”
Perciò, qualora se ne presentasse l’occasione storica e politica a seguito di un possibile degrado socio-culturale, il boia è ancora pronto a tornare tra noi.

giovedì 7 aprile 2016

OMBRE ROSSE A SAN QUENTIN

ALIAS - agosto 2007
OMBRE ROSSE A SAN QUENTIN

Reportage e intervista al condannato Fernando Eros Caro, indiano di ascendenza yaqui prigioniero da oltre 26 anni nel braccio della morte di San Quentin

Marco Cinque, San Francisco

“Proprio un bel posto per passarci una buona vacanza”, è la prima cosa che ti frulla per la testa alla vista della baia che ospita il complesso carcerario di San Quentin. E magari almeno il 70% dei cittadini americani si chiederebbe: “perché mai ospitare, a spese dei contribuenti, dei criminali in un luogo così incantevole?”.
Sono andato trovare un mio vecchio amico fraterno, Fernando Eros Caro, un indiano yaqui rinchiuso da più di un quarto di secolo in questa città penitenziaria, con l’accusa di duplice omicidio. Naturalmente, il suo caso giudiziario è la fotocopia di migliaia di altri casi, immancabilmente segnati da razzismo, pregiudizio e discriminazione, dove soprattutto chi è povero e con l’aggravante di appartenere a una qualche minoranza, ha le carte in regola per entrare a far parte delle schiere dei dead man walking statunitensi.

Nel braccio della morte
All’ingresso trovo una fila di persone in attesa. Sono congiunti e amici che vanno a visitare i prigionieri nel braccio. Sui muri dei corridoi campeggiano avvertenze per il pubblico, specialmente divieti categorici, persino riguardo al taglio e al colore degli abiti: castigati, senza scollature o aderenze eccessive e con una limitatissima varietà cromatica consentita.
Quando finalmente arriva il mio turno, mi accorgo con sorpresa che il personale carcerario è sì fermo, ma anche molto gentile e talvolta persino sorridente. Un timbro con inchiostro invisibile sull’avambraccio conclude le operazioni di controllo. Ti passano al setaccio per evidenti ragioni di sicurezza, mica per degradarti. Già, la sicurezza, ormai solo pronunciarla questa parola evoca incubi e ti fa scorrere un brivido lungo la schiena.
Si cammina lungo una linea gialla, sotto un sole che picchia, prima di arrivare a uno dei due accessi  che conducono alle sale delle visite. Qui, ancora lo sbarramento di due massicci cancelli elettronici. Credo che le prigioni abbiano più porte e serrature di qualsiasi altro edificio, anche se aprirle è consentito esclusivamente al personale carcerario.

L’incontro
Fernando mi aspetta in piedi, ammanettato con le mani dietro la schiena, in una gabbia per polli in stile Guantanamo. È sorridente e i suoi occhi sprizzano una gran felicità, perché finalmente sono arrivato. Prima di poterlo salutare, però, devo aspettare che il secondino svolga tutta la rituale prassi del caso.
Seduti uno di fronte all’altro iniziamo a chiacchierare di tutto, dalla politica alla filosofia, dall’ambiente alla spiritualità e lui, malgrado sia stato tagliato fuori dal mondo da 26 anni, è in grado di intavolare discorsi attuali, colti, profondi. Ci guardiamo e ci tocchiamo continuamente per convincerci di essere davvero l’uno davanti all’altro. Con un geniale italiano da autodidatta e un sorriso accattivante che lui porta sempre stampato sul volto, mi parla del suo caso e dei progetti da realizzare.  È un bravissimo pittore ed oltre alle esposizioni organizzate da me e dai suoi sostenitori europei, ora sta lavorando a un libro di leggende e poesie del suo popolo yaqui, per trasmetterne retaggi e saperi.

La vita nel braccio
Si rabbuia quando gli chiedo di raccontarmi del luogo dove vive: “Ogni piano dell’edificio principale è composto da due blocchi” – dice – “e ciascun blocco conta 57 celle da moltiplicare per cinque piani. Non puoi vedere il mondo fuori e nemmeno stenderci le braccia nel tuo sgabuzzino di cemento di un metro e mezzo per due metri e settanta. Del cibo poi meglio non parlarne: qui non mangiamo, veniamo nutriti! Spesso, quando vedo quei vassoi di robaccia fredda e nauseabonda, ne rovescio direttamente il contenuto nel water.
Dalle tubature fatiscenti dell’edificio trasuda in abbondanza dell’acqua fetida che dai piani superiori passa a quelli sottostanti. Così gli ambienti dove viviamo sono terribilmente umidi, malsani e pieni di batteri. Freddissimi d’inverno e asfissianti d’estate. L’assistenza sanitaria poi è una barzelletta. L’altro giorno il medico che mi ha visitato ha esclamato: “Ma lei ha urgente bisogno di vitamine”. Peccato non sappia che la frutta ci è stata totalmente preclusa da almeno sei anni.
Il braccio della morte è un giorno agonizzante dopo l’altro e tu lo devi vivere col suo tanfo insopportabile e con un chiasso ininterrotto fatto di urla di secondini e detenuti, clangore di porte ferrate, tintinnio freddo di manette e catene e ogni altra sorta di rumore che non ti mette affatto di buon umore. Siamo sottoposti a ogni tipo di tortura, fisica e mentale, come se ammazzarci non fosse già abbastanza. E sai perché non ci gassano più come hanno imparato dai nazisti? Perché l’ultima volta che l’hanno fatto, malauguratamente, hanno concesso a una televisione di riprendere l’esecuzione e quell’agonia orribile non ha avuto un buon effetto sull’opinione pubblica”.

Gli altri ospiti del braccio
Mentre parliamo, dalla nostra gabbia posso vedere quelle dove gli altri prigionieri intrattengono le loro visite. La cosa sorprendente è che la maggior parte di loro ha volti e atteggiamenti lontani anni luce dallo stereotipo che dipinge i condannati a morte come una sorta di cani rabbiosi e pericolosi. Con parecchi riesco persino a scherzare, intrattenendo battute e saluti.  Ma è scioccante dover constatare la gran quantità di bambini, alcuni piccolissimi, distribuiti in varie celle.
Una bimba ispanica è tristissima, ha gli occhi rossi e inizia a singhiozzare disperatamente quando la madre la riporta fuori, a visita terminata. Confido a Fernando di essere piuttosto sorpreso dalla relativa gentilezza dei secondini. “Mandano qui i migliori” – sussurra – “perché la gente creda che ci trattano bene. In verità la maggior parte di loro è sempre arrabbiata e cerca qualsiasi pretesto per sfogare sui prigionieri la propria rabbia, la propria frustrazione. Nessuno li controlla se abusano del loro potere, anche perché rappresentano una lobby elettorale compatta e potente.  Quasi tutti sostengono Bush e tutta la sua cricca di repubblicani che si ingrassano con le prigioni, il petrolio e le guerre”.
A due celle da noi c’è Jack, un detenuto conoscente di Fernando che ci saluta. Ha la faccia devastata e il corpo piegato. “Lo pestano tutti, guardie e prigionieri, solo perché è un solitario”. Ma non c’è bisogno che Fernando aggiunga altro, perché se provo a guardare nella direzione di Jack, quelle pochissime volte che lui alza il capo, invece dello sguardo incontro un abisso di dolore e disperazione. È un uomo spezzato, a cui hanno fatto saltare tutti i denti, sfondato un timpano, devastato gli occhi. Vorrei urlare, piangere, tirarlo fuori di lì. Fin da bambino è stato seviziato, lo svela il tatuaggio che porta come il marchio di un destino già segnato: “non mi fido degli uomini”.

Il dono
Fernando ruota furtivamente gli occhi in tutte le direzioni, come se stesse cercando qualcosa, poi bisbiglia: “devo darti una cosa importante, ho qui un regalo per te”.  “Sei matto?”, gli rispondo: è una cosa proibitissima scambiare qualsiasi oggetto tra detenuti e visitatori. Potrebbe passare un sacco di guai, ma lui mi rassicura con uno dei suoi sorrisi magici. Quindi, tira fuori una collana di pelle intrecciata da cui pende uno splendido medaglione intarsiato di perline che ritraggono un’aquila stilizzata. È un dono bellissimo, che lui ha fatto per me con le sue mani. Poi benedice la collana e me la fa indossare, nascosta sotto la camicia. “Un’aquila non può stare prigioniera, deve essere libera di andare” – scandisce – “portala con te e porterai fuori anche una parte di me. Nessuno dei secondini vedrà il mio spirito accompagnarti, stai tranquillo”. “Puoi scommetterci, fratello”, ribatto col tono di chi sembra aver organizzato chissà quale evasione invece di un innocente scambio di doni.
La visita finisce, restiamo abbracciati come fratelli, per un lungo tempo. Abbracciare una persona condannata a morte è un’esperienza difficile da raccontare: è stato quasi come se gli avessi lasciato una fetta della mia libertà, per portarmi via almeno una goccia di quel mare di sofferenza senza scampo.

Dopo la visita
Fuori c’è un bel sole e la forte brezza profumata dell’oceano Pacifico spazza l’ampio parcheggio interno di San Quentin, dove secondini e addetti s’incrociano, si parlano, si salutano. Alcuni se ne vanno, altri arrivano. Sembrerebbe tutto a posto, tutto tranquillo, tranne il fatto che il loro non è un lavoro qualsiasi. Siamo in un mattatoio per umani dalle vite a perdere e la cosiddetta “normalità dell’orrore” abita profondamente le coscienze sopite della maggior parte delle persone di questo luogo, ma si direbbe anche dell’intero Paese.
Dopo l’incontro, mi arrampico su una collinetta rivolta proprio verso il penitenziario, tiro fuori il medaglione e poi, rivolto in direzione di quel muro di lacrime, recito il saluto yaqui appena insegnatomi da Fernando, pensando alle sue ultime parole prima di salutarci: “Lasciati attraversare dal vento, solo così conoscerai il suo colore”.