RiEvoluzione Poetica

sabato 10 settembre 2016

IL NOME DELL'ASSASSINO

di Marco Cinque

Non l'ho mai chiesto. Non l'ho mai scelto. Non l'ho mai voluto o deciso. Sono nato, mio malgrado, in un posto squallido, miserabile. Cresciuto tra povertà e violenza. I casermoni scrostati dove vivo sembrano vomitarmi di disgusto ogni volta che esco sulla strada. Tutto concorre a farmi tirar fuori il peggio di me. Ogni istante che passa è un sollievo che sia passato. Ogni istante in arrivo mi procura il terrore che non passi, che mi lasci marcire in questa lurida latrina che chiamano “quartiere”. Dicono sia un quartiere difficile, ma in una città magnifica, piena di ricchezza e opportunità. Non lo so, per quel che mi riguarda non riesco ad avere un briciolo né dell'una né dell'altra.

Ora sono qui, davanti a un bivio che sta per determinare per sempre la direzione della mia vita. Come posso rifiutarmi di stare nella banda di furfanti che spadroneggia il territorio? Non ho la forza e il coraggio per dire no. Non voglio essere ridotto a un colabrodo, né che facciano ritorsioni sulla mia famiglia. Così, a malincuore, per paura o per vigliaccheria, ho detto sì. Adesso però dovrò mostrare di essere degno di stare tra questi cani rabbiosi. Dovrò partecipare a una rapina, proprio nel negozio dove l'altro giorno sono stato licenziato, senza un valido motivo, dopo essere stato a lungo maltrattato dal proprietario.

Non l'ho mai fatto, tremo al pensiero, una pistola carica in mano, ma devo essere duro. Devo farcela per dimostrare il coraggio che non ho. Devo farcela per sopravvivere in questa palude di umanità perduta. Devo farcela per dare un senso alla mia vita, anche se so che è quello sbagliato. Entro nel negozio, quella gente mi guarda, la pistola che ho in mano dovrebbe darmi sicurezza e invece mi fa sentire ancora più fragile di quello che sono. Qualcuno urla. Non capisco più niente. Mi ritrovo a sparare come un pazzo. Vedo corpi e sangue dappertutto. “Che cazzo fai?”, grida uno della banda. E mi abbandonano lì. Fuggono via minacciandomi: “tieni la bocca chiusa, verme!”.

Non so dove andare, dove rifugiarmi. Torno a casa, l'unico posto che credo amico. Confido tutto. Mi cacciano via anche loro, come fossi un appestato: “Sei uno stronzo! Non vogliamo più vederti!”. Vago per la città, senza sapere cosa mi aspetta. Sono braccato. Una preda così facile. Alla fine mi prendono, mi pestano, mi impacchettano come un animale in una cella buia, in attesa di essere finito.

Poi inizia il circo sadico del processo. Mi sento chiamare in mille modi. Posso percepire sulla pelle il disprezzo di quegli sguardi. Sono costretto a stare lì, in silenzio. Sono costretto a guardare ogni lacrima che i parenti delle vittime stanno versando. Ed io non posso nemmeno permettermi di piangere, perché sono io la bestia, sono io il mostro, sono io l'assassino. Così ogni loro lacrima che scende mi ferisce come un colpo di coltello, ma non posso farci nulla, non posso sottrarmi alla ferocia di questo martirio. Anzi, mi sono convinto che lo merito!

Passano i giorni. Sono prigioniero nel tritacarne di questa gogna. I titoli dei giornali sono uno schiaffo in piena faccia. Devo aspettare una sentenza come fosse una liberazione, per quanto nefasta possa essere. Alla fine arriva: pena di morte!
Ogni volta che mi addormento nella minuscola cella di cemento e acciaio dove sono rinchiuso, sogno il volto del boia, ma non riesco a vederne i contorni, a metterne a fuoco i connotati. Quel volto è vuoto come è ormai vuota la tomba di carne del mio corpo, che appassisce giorno dopo giorno.

Sono nel vortice assurdo del conto alla rovescia. Una goccia di veleno dopo l'altra, fino alla data della sentenza. Poi la sospensione. Poi inizia un altro conto alla rovescia. Poi un'altra sospensione per torturare, fare a brandelli, straziare ciò che resta della mia anima. Se avessi il coraggio non aspetterei. La farei finita, come tanti qui. Ma quel coraggio mi manca, non riesco nemmeno a immaginare di provarci. Ogni mia cellula trema se solo oso dire a me stesso: “Basta, saluta tutti e vattene!”.
Ma Cristo santo! Per una volta almeno dovrei far vedere che della mia vita posso ancora decidere qualcosa. Anche se questo qualcosa si chiama suicidio. Anche se questo qualcosa si chiama morte. Ma non ce la faccio. Sono stato sconfitto dal giorno in cui sono nato. É il maledetto istante in cui ho emesso il primo vagito che è stata emessa la sentenza!

E allora devo arrendermi all'abisso di un tempo senza più tempo, al nulla irrimediabile che abita la mia non-vita. Devo continuare a sognare il viso del boia finché non arriverà davvero, per mostrarmi il suo ghigno finale. Sarò lì, sdraiato sul lettino, come un cadavere che ancora respira. Sarò lì, davanti al vetro che mi separa dalle lacrime delle vittime che sono venute ad assistere all'esecuzione. Non servirà a niente e a nessuno chiedere scusa, ma la mia uccisione, purtroppo, non servirà nemmeno a riportare sollievo a chi ha perduto i propri cari. Non potrà riempire i giorni coi sorrisi di chi è stato strappato via dai suoi giorni, diventando una fotografia ingiallita su una lastra di marmo. Quella tomba l'ho scolpita con le mie mani, nel momento esatto in cui ho premuto il grilletto.

Ma io nemmeno questo avrò. Nemmeno una fotografia su una miserabile tomba. Sarò soltanto un numero, come in fondo sono sempre stato. Un numero assieme a un altro numero: la data dell'istante in cui smetterò di respirare. Così la mia lapide sarà accompagnata da due numeri, dove giacerà l'oblio di tutta la mia esistenza. Due numeri per cui nessuno verrà mai a piangermi o a ricordarmi. E' così che la mia vita è finita oppure, se preferite, non è mai iniziata.

Però la vita fa proprio brutti scherzi, perché forse questo era solo un sogno schifoso o il frutto bacato della mia perfida immaginazione. Così sono di nuovo qui, daccapo, tornato senza capire come, sullo stesso bivio precedente che sta per determinare per sempre la direzione della mia esistenza.
Dunque, ricominciamo.

Maledizione! Ci sono ancora quegli stronzi della banda a tormentarmi. C'è sempre il lavoro che ho perduto. C'è pure la mia famiglia senza nessunissima risorsa, che non so più come aiutare. E c'è, immancabile, questa merda di quartiere, i suoi muri squallidi che odio, i suoi cumuli d'immondizia, il suo tanfo che mi umilia fino all'esasperazione. Ah, quel tizio, coso là, lo psichiatra insomma, lui mi ha detto che posso essere ciò che voglio anche in questo letamaio. Se ci metto impegno e immaginazione posso risorgere dal senso di ineluttabilità che ha firmato la mia antica sconfitta. Devo solo crederci.

Crederci? E' una parola, ma siccome non costa nulla ci provo. Cerco di immaginare qualcosa di diverso da quella banda di bifolchi, da quell'idiota arrogante che mi ha licenziato, dal nulla assoluto di altre possibili alternative. Cosa potrei mai fare? Non posso trastullarmi ancora, devo decidere. E allora ecco, come un'illuminazione, come un'annunciazione divina, come una visione salvifica, mi si mostra la strada da percorrere. L'unica, la più giusta, la più possibile per salvare me stesso e per riuscire a sostenere la mia famiglia e le persone che amo.

Sullo schermo della TV esposta in una vetrina, scorrono le immagini di epici marines mentre scendono da un elicottero. Cavolo! Perché non ci ho pensato prima? Posso arruolarmi nell'esercito. Posso indossare una divisa. Avere uno straccio di stipendio con cui sostenere la famiglia. E forse sarei ammirato, sarei perfino amato se decidessi di difendere la mia patria, la mia bandiera, anche se patria e bandiera non hanno mai fatto nulla di concreto per difendere me dalla miseria. E allora la strada è decisa. Si parte.

C'è quel cazzone di sergente che mi urla nelle orecchie come un ossesso. Mi dice che devo essere arrabbiato, che devo essere cattivo, che devo essere spietato e che devo obbedire anche agli ordini più disgustosi. Tra me e me penso: “ma cos'è questo, l'esercito o la banda di criminali che ho lasciato a spadroneggiare nel mio quartiere?”.
Dicono che la formazione del soldato sia una cosa difficile, ma che serve a plasmarti, per il tuo bene e per il bene di quelli che andrai a difendere.

Non ho più la ridicola pistola che usai durante la rapina. Qui sei fornito di un intero arsenale: fucili d'assalto, mitragliatori, bombe, missili. C'è da conquistare il mondo e portarci la nostra democrazia. Dopo però ci sarà anche da difenderla. Insomma, c'è un sacco da fare e il fatto di avere a disposizione tutto questo arsenale ti facilita il lavoro. Almeno quella dovrebbe essere l'idea: se i “cattivi” ti vedono così agguerrito e armato se la fanno sotto, ma poi ti rispettano e tornano a fare i bravi. Allora va bene così. Mandiamo giù anche queste ennesime schifezze se poi torneranno utili.

Finito l'addestramento, arriva il giorno in cui un soldato deve fare il suo lavoro, così si parte per il teatro bellico: Vietnam, Iraq, Afghanistan, che differenza fa? Tanto non ho studiato né storia né geografia. Non so nemmeno dove sono questi paesi e in quale buco di culo del mondo si trovino. Io vado a fare il mio lavoro. Devo solo togliere la merda che hanno sparso in quei letamai e poi ripulire tutto.

In che schifo di posto sono precipitato? Dov'è il nemico? Dove l'esercito con le divise da nazista che dobbiamo annientare? Non vedo nessuno. L'orizzonte è vuoto e ci sono tutte queste macerie. E questi pezzi di chissà cosa sparsi nella polvere a chi appartengono? Questo sangue raggrumato tra i buchi di proiettile, in quali vene avrà smesso di scorrere? Siamo qui, incazzati e arrapati dall'euforia, aspettando qualcuno che arrivi all'orizzonte e che ci urli: “hey, siamo qui, siamo i cattivi che cercate”. Invece niente.

Per la miseria, se non si fanno vivi li andiamo a stanare noi quei vigliacchi cagasotto.
Così iniziamo a sparare su tutto quello che si muove, persino alle ombre. Ogni cosa in piedi la buttiamo giù: persone, animali, statue, alberi, tutto. Gli ordini sono ordini. Poi, da lontano è anche più facile, non ti trema la mano. Mica hai una persona che ti guarda negli occhi mentre tu stai lì tremante con la tua pistola. Perché se ammazzi qualcuno fanno la festa a te, te la fanno pagare. Qui no, qui sei un Dio. Hai una divisa che rappresenta coloro che sono nel giusto, siamo gli sceriffi del pianeta, mica cavoli.
 

I fuochi artificiali delle nostre bocche da fuoco si spengono. Il fumo si dirada lentamente. La realtà inizia a mostrarsi senza veli, senza maschere che la distorcono o la confondono. E allora vedi chi era il nemico. Vedi i pezzi di bambino vicini ai pezzi delle loro madri. Vedi i corpi spolpati di ragazzini che cercavano solo di nascondersi da quell'inferno di fuoco. Vedi le viscere di persone mescolate ai brandelli dei loro animali. Vedi i resti quasi irriconoscibili di qualcosa che somiglia a un gatto che ancora si lamenta, ma non hai nemmeno il fegato di sparargli un colpo per farlo smettere di soffrire. Vedi le teste scoperchiate e fatichi a immaginare che potessero contenere anche dei sogni. Vedi il colore infuocato del tuo urlo che non sa uscire dalla tua gola. Vedi un incubo da cui non potrai più svegliarti, che resterà a tormentarti in tutte le notti e tutti i giorni della tua vita, che tu dorma o sia sveglio.

Questo è solo l'inizio. Quello che chiamano “rito di iniziazione”. Adesso puoi fare tutto, perché questa è la guerra. Qui ci muoiono soprattutto civili innocenti, sono gli effetti collaterali di ogni nostra missione. E' il prezzo per la libertà, il tributo per la democrazia. Confessiamo i peccati al prete e tutto verrà lavato via.

In questi momenti capisco di essere diventato ancora una volta un assassino. Capisco che il sangue della gente del negozio che avevo rapinato e il sangue dei civili che ho sterminato ha lo stesso identico colore. Capisco che nel primo caso uccidere faceva di me un criminale da condannare a morte e disprezzare, ma capisco pure che in questo caso invece uccidere con una divisa fa di me un eroe, un salvatore. Questa è la mia immagine davanti alla nazione. Ma l'immagine davanti alla mia coscienza, potete minimamente immaginare come sia?

Però, ci risiamo, la vita fa proprio brutti scherzi, perché forse questo era solo un altro sogno schifoso o un nuovo frutto bacato della mia perfida immaginazione. Così sono di nuovo qui, daccapo, tornato senza capire come, sullo stesso bivio delle due volte precedenti che sta per determinare per sempre la direzione della mia esistenza.

Mi avete preso per un deficiente? Cosa dovrei diventare adesso, un serial killer? Un terrorista? Non inventatevi altre cazzate, perché so già che alla fine, qualunque cosa faccia, qualunque percorso intraprenda, mi ritroverò sempre e comunque sconfitto. Colpevole. Mille volte colpevole. Ma di chi è la colpa di tutto questo? E' solo mia? Non c'è nessuno dietro alla mia storia, uguale a milioni di altre storie di sconfitti, che sta decidendo per me, per noi, cosa dobbiamo essere, cosa dobbiamo diventare?
Io vivo in questa latrina e diventerò inevitabilmente merda. Ma chi ha costruito la latrina? Chi ha deciso che qualcuno deve abitarci, che qualcuno deve viverci? Chi è, davvero, il colpevole?

E allora scrivetela voi la strada, se solo sapete dove porta.